Ci si gira accanto, ci si ferma, lo osservi e non puoi fare a meno di continuare a osservarlo. Con lo sguardo cerchi di toccarlo. I tuoi occhi passano sopra i sospiri, sopra le carezze, divenute marmo. Vorresti trattenerlo con lo sguardo, quasi fosse possibile sottrarre per un momento quel corpo al tempo, ma semplicemente non puoi. Sarebbe quasi impossibile non mostrarlo, tenerlo per sé, perché il Cristo è per tutti. Anche un Cristo velato è per tutti.

Foto di Raffaele Aquilante e Alessandro Scarano per 327Collective
© Archivio Museo Cappella Sansevero
A Napoli, nel Settecento, Giuseppe Sanmartino prese un unico blocco di marmo e, sotto la volontà di Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, vi fece emergere un uomo morto, coperto da un velo. Era il 1753. Non un velo appoggiato sul marmo, ma marmo che sembra diventare velo. Una materia pesante che assume la leggerezza di un tessuto, fino quasi a perdere la propria natura.
È difficile non chiedersi come sia stato possibile. La leggenda ha fatto il resto. Per secoli si è raccontato che dietro quella trasparenza ci fosse l’alchimia di Raimondo di Sangro, che il principe avesse trovato il modo di trasformare un tessuto in pietra. Una storia che appartiene alla fama misteriosa del principe e della sua cappella, ma la vera magia, in realtà, è tutta nella mano dell’uomo, nella pazienza dello scalpello, nella capacità di togliere dal marmo ciò che ancora non vediamo.

Foto di Raffaele Aquilante e Alessandro Scarano per 327Collective
© Archivio Museo Cappella Sansevero
Sanmartino non ha semplicemente scolpito una figura: ha dato al marmo una qualità quasi impossibile, quella della leggerezza. Ha fatto sembrare fragile ciò che dovrebbe essere eterno.
Tra le pieghe, del marmo, si intravede l’uomo, un semplicissimo uomo. Tra le pieghe del marmo, leggerai l’eternità dell’uomo.
Con il Cristo Velato Sanmartino è riuscito rendere eterna, per un istante, la fragilità di un uomo.
P.S. Si ringrazia il Museo Cappella Sansevero per la graziosa concessione delle immagini.