Palazzo Bonaparte ospita fino al 14 febbraio 2027 una retrospettiva di Vasilij Kandinskij: oltre settanta opere, curatela di Angela Lampe, produzione Arthemisia. È la prima mostra monografica romana dell’artista dopo venticinque anni.
La ricchezza dei prestiti ha una spiegazione precisa. Le opere arrivano in gran parte dal Centre Pompidou, che conserva il fondo kandinskiano più completo al mondo grazie al lascito di Nina Kandinsky, e che sta per chiudere a lungo per restauri. Roma beneficia di questa circostanza. È bene saperlo, perché un’occasione simile difficilmente si ripeterà.
Il percorso segue cinque fasi: la formazione, gli anni di Murnau e del Blaue Reiter, il ritorno nella Russia rivoluzionaria, il periodo del Bauhaus, la stagione parigina finale. La scelta di rispettare la cronologia è la qualità principale della mostra. Kandinskij non arrivò all’astrazione per intuizione improvvisa, ma per gradi, ed è utile vederlo: prima i paesaggi ancora figurativi, poi la progressiva rinuncia al soggetto. Chi ricorda che l’artista aveva studiato giurisprudenza a Mosca prima di dedicarsi alla pittura ritrova qui quel metodo — la costruzione paziente più che il gesto istintivo.
Il nucleo del percorso sta nel confronto tra alcune opere maggiori. Gelb-Rot-Blau (Giallo-rosso-blu) mostra la fase del Bauhaus nella sua formulazione più rigorosa: le forme geometriche disposte come un equilibrio calcolato, il colore trattato quasi come una grammatica. Mit dem schwarzen Bogen (Con l’arco nero) documenta invece il momento in cui il soggetto scompare del tutto e restano tensione e movimento puri. Nella sezione parigina spiccano due tele tarde della collezione Pompidou: Bleu de ciel (Azzurro cielo, 1940), con le sue figure organiche sospese e leggere che segnano l’abbandono del rigore geometrico in favore di forme quasi biologiche, e Peinture inachevée (Pittura incompiuta, 1944), l’olio e guazzo su cartone rimasto interrotto alla morte dell’artista: una tela che vale come testamento involontario, e che nella sua sospensione dice più di molti lavori conclusi.
Accanto ai dipinti, la mostra espone acquerelli, grafica, fotografie, oggetti personali e materiali dalla Bibliothèque Kandinsky. Sono i documenti che di norma restano in archivio, e danno conto del lavoro teorico dietro le tele: in particolare della ricerca, durata tutta la vita, sulla corrispondenza tra colore e suono.
Notevole la sezione dedicata a Gabriele Münter, compagna di Kandinskij e figura di primo piano dell’Espressionismo tedesco, qui presentata con uno spazio proprio. È una scelta che restituisce alla stagione del Blaue Reiter la sua natura di lavoro a due.
Due avvertenze pratiche. La mostra comprende una sala immersiva: è un complemento, non il centro dell’esposizione, e conviene trattarla come tale. La sede è Palazzo Bonaparte, in Piazza Venezia 5; l’accesso è contingentato e la prenotazione consigliata.
Nel complesso, una retrospettiva solida, sostenuta dalla qualità dei prestiti e da un impianto chiaro. Vale la visita.



































