Duemila anni fa, su questa stessa spianata, trecentomila romani trattenevano il fiato per le quadrighe lanciate al galoppo.
Lo scorso mercoledì 15 luglio, ad accelerare i battiti di circa seimila spettatori – complice la nuova capienza dell’area archeologica – sono state le trombe del trionfo verdiano. L’Aida di Giuseppe Verdi, cuore pulsante della stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma al Circo Massimo, ha offerto una di quelle serate in cui la storia millenaria delle pietre e quella immaginata dal libretto di Antonio Ghislanzoni sembrano guardarsi negli occhi, e riconoscersi.
Nemmeno il caldo torrido di questa estate romana, che ancora al calar del sole avvolgeva la platea come un abbraccio egiziano quanto mai in tema, ha scoraggiato gli appassionati: ventagli e programmi di sala agitati all’unisono sono diventati, fin dal preludio, parte della scenografia umana di quella serata di metà luglio.

L’allestimento porta la firma inconfondibile di Davide Livermore, che riprende e ripensa per lo spazio aperto la produzione nata al Costanzi nel gennaio 2023. Il regista torinese, che cura anche i movimenti coreografici, conferma la sua cifra cinematografica, e il primo trionfo della serata è proprio quello visivo. Le scene di Giò Forma sono un colpo d’occhio che toglie il fiato: un’architettura maestosa, degna della tradizione più fastosa di questo titolo, eppure risolutamente moderna, dove le superfici monumentali si animano grazie ai video di D-Wok e alle luci di Fiammetta Baldisseri in un impianto in continua metamorfosi – sabbie che scorrono, apparizioni, dissolvenze – che accompagna il racconto come una colonna visiva parallela alla partitura.
È un Egitto senza cartoline né sfingi di cartapesta. Evocato, non illustrato, e per questo ancora più potente.

Sulla stessa lunghezza d’onda i costumi di Gianluca Falaschi, autentico gioiello della produzione, sontuosi nelle scene di corte e del trionfo, dove il fasto rituale dialoga con un gusto quasi da alta moda, ed essenziali nei momenti intimi, capaci di raccontare i personaggi prima ancora che aprano bocca. Se al chiuso del Costanzi questo linguaggio poteva talvolta sembrare sovrabbondante, al Circo Massimo trova la sua dimensione naturale. La scala monumentale del luogo assorbe e restituisce le immagini con una potenza che nessun teatro di tradizione potrebbe eguagliare, pur senza sacrificare – ed è qui il merito maggiore della regia – la dimensione intima e psicologica dei protagonisti.
Sul podio, il Maestro Daniele Callegari ha offerto una lettura di rara intelligenza drammaturgica. Fedele alla sua idea di un’Aida che racconta non il trionfo del potere ma la fragilità dell’uomo, il direttore milanese ha dosato con sapienza i grandi affreschi corali – una scena del trionfo di travolgente impatto sonoro – e i ripiegamenti cameristici del terzo e quarto atto, dove l’Orchestra del Teatro dell’Opera ha saputo farsi sussurro. Ottima la prova del Coro preparato da Ciro Visco, protagonista assoluto nei momenti di massa e capace di miracoli di amalgama nonostante le insidie dell’amplificazione all’aperto.

Nel ruolo del titolo, Yolanda Auyanet ha confermato le qualità già ammirate al Costanzi come Tosca e Suor Angelica: un’Aida di grande umanità, dal fraseggio scolpito e dagli acuti luminosi, toccante in “O patria mia“, dove il soprano ha trovato accenti di autentica commozione. Accanto a lei, Valentina Pernozzoli ha disegnato un’Amneris giovane e ferina, vocalmente sicura in tutta la gamma, capace di dominare la scena del giudizio con un’intensità che ha strappato applausi a scena aperta.
Ivan Magrì è stato un Radamès generoso e squillante, a suo agio nella scrittura tesa del ruolo, dal “Celeste Aida” affrontato con coraggio fino al duetto finale, cesellato con bella morbidezza. Autorevole l’Amonasro di Ernesto Petti, baritono dal timbro brunito e dalla parola scenica incisiva, mentre Alex Esposito ha conferito a Ramfis una statura quasi ieratica, con quella intelligenza musicale che ne fa uno dei bassi-baritoni più interessanti della sua generazione. Puntuali i contributi di Adriano Gramigni (Il Re), Veronica Marini (La Sacerdotessa) e Andrea Schifaudo (Il Messaggero).

Qualche riserva, semmai, sul fronte dell’amplificazione, inevitabile compagna dell’opera all’aperto: nei primi minuti l’equilibrio tra buca e palcoscenico è parso ancora in cerca di assestamento, per poi trovare in avanti una resa più che dignitosa. Poca cosa, di fronte alla suggestione di un tramonto romano che, portandosi via almeno in parte l’afa del giorno, lentamente cedeva il passo alle stelle mentre Verdi raccontava, ancora una volta, l’amore che non conosce frontiere.
Il lungo applauso finale, con vere e proprie ovazioni per Auyanet, Pernozzoli e per il Maestro Callegari, ha suggellato una serata destinata a rimanere tra i ricordi più belli di questa estate musicale romana.

Le repliche di Aida proseguono il 22, 26 e 28 luglio, sempre alle ore 21.
Una segnalazione doverosa per gli appassionati: la serata del 22 luglio schiera un cast d’eccezione, con Aleksandra Kurzak nel ruolo del titolo, Angela Meade – soprano impegnata eccezionalmente nella parte mezzosopranile di Amneris – Luciano Ganci come Radamès e, autentica ciliegina, Ludovic Tézier, baritono verdiano tra i più acclamati al mondo, nei panni di Amonasro.
Comunque la si scelga, resta un’occasione da non perdere per chi ama il grande repertorio e crede che l’opera, sotto il cielo di Roma, sappia parlare davvero a tutti.
Photocredit Fabrizio Sansoni Teatro dell’Opera di Roma
