Sesto Quatrini, nato a Roma nel 1984, debutta, giovedì 5 giugno, al Teatro dell’Opera di Roma con l’Italiana in Algeri, una delle pagine più iconiche del genio di Gioachino Rossini.
Il direttore romano, laureato in tromba, composizione e direzione d’orchestra, è tra i più apprezzati della sua generazione per l’abilità di unire una profonda sensibilità musicale ad un approccio moderno e dinamico.

Formatosi tra Italia e Lituania – dove è stato direttore artistico, dal 2018 al 2023 del Lithuanian National Opera and Ballet Theatre – con esperienze internazionali che spaziano dalla lirica al repertorio sinfonico, Quatrini ha saputo conquistare il pubblico e la critica con interpretazioni intense e sempre personali.
Tra i suoi impegni recenti, oltre ai concerti diretti al Rossini Opera Festival, al Gran Teatre del Liceu di Barcellona, al Teatro alla Scala di Milano e con l’Orchestra Sinfonica di Milano, spiccano L’elisir d’amore alla Royal Opera House di Londra e al Teatro Regio di Parma, Don Pasquale alla Opernhaus Zürich, Il flauto magico al Regio di Torino, Norma a La Monnaie di Bruxelles, al Teatro Regio di Parma, al Teatro Pavarotti-Freni di Modena e al Teatro Municipale di Piacenza, Il turco in Italia a Glyndebourne e al Teatro Carlo Felice, La Traviata alla Royal Danish Opera, Le nozze di Figaro alla ROH Muscat, Anna Bolena al Teatro Carlo Felice, Rigoletto alla Deutsche Oper Berlin, Aida e Les Contes d’Hoffmann alla Lithuanian National Opera, Madama Butterfly a La Fenice e i due Otello (Rossini e Verdi) all’Oper Frankfurt.
Nel 2025, oltre al debutto al Teatro Costanzi, è ospite della Staatsoper Hamburg con Carmen, dell’ABAO Bilbao Opera per l’inaugurazione di stagione con una nuova produzione di Don Pasquale, dell’Oper Köln con una nuova produzione di Nabucco, dell’Opéra National de Lyon con Madama Butterfly, del Teatro San Carlo di Napoli con Roméo et Juliette.

In occasione degli appuntamenti al Teatro dell’Opera di Roma (giovedì 5 giugno, ore 20, venerdì 6 giugno, ore 18, domenica 8 giugno, ore 16.30, martedì 10 giugno, ore 20, mercoledì 11 giugno, ore 20, giovedì 12 giugno, ore 20), Quatrini ci presenta l’Italiana in Algeri e ci racconta il suo percorso, la visione della lirica e gli obiettivi per il futuro, non tralasciando un ricordo delle precedenti esperienze e delle sue radici.
Manca poco al debutto alla direzione dell’orchestra del Teatro dell’Opera di Roma per l’Italiana in Algeri. Quali sono le sue sensazioni? E’ emozionato?
Assolutamente sì, l’emozione è tanta.
Dirigere al Teatro dell’Opera di Roma è un grande onore e sarà bellissimo poterlo fare anche per un pubblico nel quale – una volta tanto! – ci saranno molte persone importanti della mia vita essendo Roma la mia città di nascita e la città dove ho vissuto per più di 10 anni. Lavorare con l’orchestra del Teatro dell’Opera è stimolante: sono musicisti di grande esperienza e sensibilità, e insieme stiamo cercando di trovare un equilibrio tra brillantezza e l’eleganza stilistica che quest’opera richiede.
Cosa vuole trasmettere al pubblico romano con la direzione dell’opera di Rossini? Quale è il messaggio nascosto?
Con L’italiana in Algeri racconteremo al pubblico romano l’energia brillante e sovversiva di Rossini. La sua musica è travolgente, piena di ritmo, ma non è solo intrattenimento: è intelligenza mascherata da leggerezza. Dietro il gioco comico si nasconde una riflessione acuta sui rapporti di potere, sull’identità e sulla libertà individuale. È un’opera che diverte, ma lo fa sempre con uno sguardo lucido sul mondo in modo sorprendentemente attuale.
Cosa la colpisce di quest’opera così virtuosa?
Di quest’opera mi colpisce la perfetta macchina teatrale che emerge da una scrittura spesso acrobatica. In generale Rossini è davvero contagioso per chi lo dirige, lo canta o lo mette in scena: le sue melodie, i suoi ostinati, i celeberrimi crescendo ti entrano nel cervello e non ti abbandonano mai… Rossini ha un potere quasi rabdomantico.
Che ne pensa di Isabella. Che personaggio è? La sua voce?
Isabella è una protagonista fuori dagli schemi: non è solo un personaggio comico quanto piuttosto il perno drammaturgico dell’intera opera, una donna che prende il controllo in un mondo maschile in crisi. In un certo senso, è lei a comporre l’opera mentre la vive: dirige le situazioni, orchestra i personaggi.
Rossini la affida ad un mezzosoprano contraltile richiedendo pertanto una cantante in grado di affrontare agilità brillanti, grande estensione dal grave all’acuto, padronanza della coloratura e una forte presenza scenica.
E gli altri personaggi?
Una delle grandi ricchezze de L’italiana in Algeri è la varietà e la caratterizzazione vocale di tutti i personaggi. Mustafà, il Bey, è un basso buffo dalla scrittura pirotecnica: Rossini lo tratteggia con salti vocali e sillabati acrobatici, perfetti per rivelarne l’arroganza e il lato comico. Lindoro, il tenore, è l’elemento più lirico: canta con eleganza, ma senza perdere mai il brio e la leggerezza tipica del tenore rossiniano nel genere comico. Taddeo, il baritono buffo, è un personaggio grottesco e umanissimo, spaesato ma furbo, che funziona da contrappunto comico continuo. Elvira e Zulma, pur con ruoli più brevi, arricchiscono la dinamica scenica con interventi incisivi e tutt’altro che decorativi.
E poi c’è Haly, il capitano dei corsari, ruolo comprimario al quale Rossini però affida una breve ma spassosissima aria solistica di stampo mozartiano, piena di colore esotico e ironia, aggiunge un altro volto a questo mondo teatrale così ricco. Ogni voce ha una funzione drammaturgica precisa: è una vera architettura musicale al servizio della comicità e del teatro.
Ci saranno altri appuntamenti con il Teatro dell’Opera di Roma? Per il futuro cosa la attende?
Questo non lo so… Spero proprio di sì, anche perché il feeling con le maestranze è ottimo e Roma è uno dei teatri più importanti in Europa.
A luglio sarò a Martina Franca per una nuova produzione di Tancredi di Rossini, a settembre a Zurigo con Manon di Massenet, vari concerti a Bucarest e Belgrado prima di una nuova produzione di Manon Lescaut all’Opéra de Lyon con regia di Emma Dante. Non posso annunciarealtro per ora dal momento che i teatri stessi non lo hanno ancora fatto.
Da dove viene la passione per la musica e la scoperta dell’arte della direzione d’orchestra? Quale è la sua formazione musicale?
Ho iniziato da bambino a suonare la tromba nel Paese dove viveva la mia famiglia, Ronciglione. Dopo la laurea in tromba, ho deciso di dedicarmi alla composizione per saziare la mia sete di conoscenza musicale e trovare risposte a domande che lo studio di un solo strumento non può soddisfare.
Scelsi come maestro di composizione il Mº Sergio Prodigo, con cui avevo instaurato una forte intesa culturale e umana durante le lezioni di armonia e storia della musica. Lui insegnava a L’Aquila, e fu lì che proseguii gli studi. Sempre a L’Aquila, proseguii anche quelli in direzione d’orchestra con il Mº Marcello Bufalini, non solo eccellente direttore ma anche straordinario didatta. All’epoca, prima del devastante terremoto del 2009, la città era ancora un vivace centro culturale e musicale. Parallelamente, per tre anni, frequentai nei fine settimana il corso di direzione alla Scuola Civica di Milano tenuto dal Mº Renato Rivolta, che si avvaleva della collaborazione di importanti orchestre milanesi.
Dirigere un’orchestra, un coro e dei solisti offre una tavolozza espressiva di straordinaria ricchezza, ben più ampia rispetto a quella del singolo strumento. Poter esprimere la propria musicalità attraverso una relazione viva e costante con tanti interpreti, ciascuno portatore di un contributo unico, è per me una delle esperienze più stimolanti e appaganti ed è proprio ciò che mi ha spinto a scegliere questa strada.
Come poter far avvicinare il pubblico al mondo della lirica?
Avvicinare il pubblico alla lirica significa restituire valore, profondità e vitalità a un’arte che da secoli parla dell’essere umano in tutta la sua complessità. La lirica è viva, e continua ad attrarre un buon numero di spettatori, spesso più della musica sinfonica, che in Italia soffre di una partecipazione minore. Tuttavia, questo non deve farci abbassare la guardia: oggi più che mai è necessario interrogarsi su come coinvolgere nuovi pubblici, soprattutto giovani e neofiti, aiutandoli a superare l’idea che l’opera sia qualcosa di distante, elitario o incomprensibile.
Viviamo in un’epoca in cui la fruizione dei contenuti è rapida, istantanea, spesso superficiale: una canzone dura al massimo quattro minuti, e nel tempo di un’aria si consuma l’attenzione media dell’ascoltatore contemporaneo. Ma l’opera — come la musica sinfonica — non può e non deve ridursi a questo. È un’arte fondata sulla complessità, sulla durata, sullo sviluppo tematico e drammatico nel tempo. In un’opera, quattro minuti non sono che un frammento, un momento di un discorso più ampio e articolato. Chi ascolta musica classica lo fa proprio perché cerca questo respiro più ampio, questa profondità del tempo e del pensiero.
Ed è qui che risiede la grande forza della lirica: in un linguaggio che, pur articolato e sofisticato, resta universale. Perché l’opera, in fondo, parla di noi. Parla di amore, desiderio, gioia, paura, gelosia, guerra, tradimento, morte, potere, follia, perdono: parla di tutto ciò che viviamo e sentiamo ogni giorno. È uno specchio in cui possiamo rivedere noi stessi, un mezzo potentissimo per conoscere l’animo umano. E tutto questo avviene attraverso la musica, che è forse il linguaggio più diretto e universale che esista, e attraverso il canto, che è la forma più umana e commovente di fare musica. Nulla tocca l’intimità dell’ascoltatore come una voce che canta qualcosa che sente anche lui, anche se magari non ne comprende tutte le parole. L’opera è, in questo senso, l’arte totale, che unisce la parola, il corpo, la scena, il suono e l’emozione in un’esperienza che ci coinvolge profondamente. Sta a noi — interpreti, direttori, registi, operatori culturali — trovare il modo di trasmettere tutto questo al pubblico, di spiegare che quello che accade in teatro non è una cerimonia chiusa, ma qualcosa fatto per loro, che li riguarda.
Per riuscirci, però, dobbiamo affrontare anche nodi strutturali. Primo tra tutti, quello dell’educazione. È inaccettabile che nella scuola italiana non esista la storia della musica come disciplina organica e obbligatoria. Un Paese che ha generato Palestrina, Monteverdi, Vivaldi, Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi, Puccini — per citarne solo alcuni — non può permettersi di lasciare intere generazioni senza strumenti per comprendere e apprezzare questa eredità. Introdurre stabilmente lo studio della musica e dell’opera nei programmi scolastici sarebbe un atto di civiltà e di giustizia culturale, oltre che un investimento concreto nel futuro del pubblico. Perché è ovvio: nessuno può appassionarsi a ciò che non conosce. Eppure, è stato anche grazie all’opera che la lingua italiana ha continuato a vivere nel mondo, al di fuori delle comunità di emigrati: il melodramma è stato veicolo linguistico e culturale, ambasciatore del nostro Paese molto più di tante politiche culturali recenti.
Difendere la lirica significa quindi non solo salvaguardare un patrimonio artistico, ma anche promuovere un’idea di cultura aperta, condivisa, profonda, umana. Non si tratta solo di “portare gente a teatro”, ma di formare un pubblico consapevole, curioso, appassionato. Un pubblico che sappia riconoscere, dentro un recitativo o un’aria, un pezzo di sé, sapendo ritrovare, attraverso la musica, uno spazio per pensare, sentire, riflettere. Non abbiamo bisogno di semplificare l’opera per renderla appetibile: dobbiamo renderla leggibile, comunicabile, viva, perché è già straordinariamente atemporale e sempre attuale.
Un prossimo obiettivo?
Certamente, avere l’opportunità di continuare a collaborare regolarmente con alcune tra le più importanti istituzioni musicali a livello mondiale rappresenta per me un grande stimolo. Desidero ampliare sempre più il mio repertorio italiano, francese e tedesco, e al contempo iniziare a esplorare con continuità un autore a me molto caro come Benjamin Britten, portandolo progressivamente nei cartelloni italiani, dove credo meriti una presenza più stabile.
Un altro desiderio che coltivo è poter dare finalmente più spazio a Francesco Saverio Mercadante, un compositore che reputo fondamentale ma ancora troppo trascurato nelle attuali programmazioni teatrali. Ritengo che la sua riscoperta possa offrire una prospettiva preziosa sulla nostra tradizione operistica.
Infine, mi piacerebbe concludere il ciclo sinfonico di Sibelius, che ho iniziato dirigendo finora la Terza, la Sesta e la Settima sinfonia. Portare a compimento questo percorso sarebbe per me un’importante tappa sia artistica che personale.
Il suo rapporto con il paese di Ronciglione, con la Tuscia e con l’Italia in generale.
Ronciglione è il paese dove sono cresciuto, dove ho vissuto i miei primi 18 anni di vita. È il luogo che porto nel cuore. Non solo per la sua bellezza discreta, ma per quel senso di appartenenza che riesce a trasmettere ogni volta che ci torno. Sono i sapori e gli odori di casa, le mie radici, la mia memoria familiare. Camminare per le sue strade mi restituisce un equilibrio che spesso, altrove, perdo.
La Tuscia, con i suoi paesaggi morbidi, la sua natura intatta e i suoi silenzi antichi, ha per me un fascino profondo. È una terra ricca di storia e mistero. Ogni angolo ha qualcosa da raccontare, ogni dettaglio sembra carico di significato. In quel territorio sento di poter rallentare il mio ritmo frenetico, ritrovando molte connessioni interiori.
L’Italia, infine, è il mio punto di partenza e, in un certo senso, anche il mio orizzonte. È un Paese complesso, a volte difficile, ma insostituibile. Nascere, crescere e formarsi qui, immerso in tanta arte, musica, teatro e cultura, è un privilegio. L’Italia è molto complessa, contraddittoria, a volte stancante, ma resta — e resterà sempre — una delle culle della bellezza, della musica, dell’invenzione, della civiltà.
Ed è proprio da tutto ciò che traggo ispirazione nel mio lavoro. Porto tutto questo con me, ogni volta che salgo su un podio: un patrimonio culturale materiale ed immateriale che mi sostiene e mi guida, ovunque mi trovi.
Grazie Maestro per il piacevole tempo che ci ha dedicato. Le auguriamo il meglio per il debutto romano e per i prossimi appuntamenti che la vedranno protagonista.
